La mia Torino senza filtri

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Mi è difficile ricordare un momento in cui ho osservato Torino senza filtri. Un po’ è colpa sua: coi suoi cappotti, portici e veli su veli di eleganza, dignità e rigidità, è raro che si lasci vedere per quello che è. Un po’, però, lo ammetto, è anche colpa mia, che fin dai tempi delle elementari porto gli occhiali da vista. Li ho indossati per la prima volta a sette anni, al Regio. Ero così occupato a confrontare la vista della pianista attraverso le lenti degli occhiali con la vista a occhio nudo, che mi dimenticai del concerto, e quando tornai a casa e mi chiesero “Allora? Com’era?” io riuscii a pensare solo a quanto sarebbe stata dura abituarsi a quegli scomodi rettangoli sugli occhi.

Il filtro con cui vidi Torino durante l’ultimo periodo del liceo, una volta tornato da un anno trascorso a Boston, fu quello dell’italiano all’estero, fiero delle meraviglie della sua città quasi le avesse plasmate lui con le sue stesse mani. È come quando torni a scuola dopo le vacanze estive e ti accorgi per la prima volta che la tua compagna di banco ha delle curve in più. Sono lì da tempo, eri tu a non averle notate prima, proprio come i palazzi in stile rococò e le aiuole fiorite del Giardino Roccioso. Ripresi in mano il “Torino è casa mia” di Culicchia e, infastidito, sorpreso, ma anche divertito, fui costretto ad ammettere che forse Torino, sotto sotto, giusto un pochino, era anche casa mia.

Oggi vedo Torino da lontano, attraverso i filtri di Instagram. Vedo le Vespe in via XX Settembre: filtro Juno. La vista panoramica dalla Mole: Hudson. I sorrisoni ubriachi dei giovani in San Salvario il sabato notte: Sierra. La vedo se digito l’hashtag # SeiTuLaMiaCittà, con Luciana Littizzetto in prima linea a sbandierare post dopo post ogni sua piccola magia, a volte attentamente programmata altre volte comparsa quasi per caso. La vedo da New York; i cartelloni luminosi di Times Square divengono Luci d’artista e mai la mia città natale mi è parsa più sobria, pacata e graziosa quanto
adesso.

Torino regala scorci e momenti di una bellezza mozzafiato, ma è anche impantanata nella proiezione di ciò che le piacerebbe essere—e che non sempre è. Vuole essere capitale d’Italia, ma quando i turisti stranieri entrano nei negozi alcuni commessi si nascondono pur di non dover conversare in inglese. Vuole essere una piccola Berlino, mi dicono, un centro cosmopolita, ma la parola «start-up» io l’ho sentita per la prima volta solo quando mi sono spostato sull’altra sponda del Mediterraneo, a Tel Aviv. È sì l’atmosfera magica delle Olimpiadi, il concerto di Anastacia in quella gloriosa Medal Plaza che fu piazza Castello per un paio di settimane nel 2006, ma è anche il perenne senso di inferiorità rispetto a Milano, che molti torinesi definiscono “brutta” senza riuscire ad apprezzarne la larghezza di marciapiedi…e vedute. È l’apertura del primo punto vendita Eataly, che oggi sbanca nel Mitsukoshi di Tokyo e di fronte al Flat Iron di Manhattan; è il revival notturno di San Salvario e la recente apertura al pubblico dei cortili del centro storico. Ma Torino fatica a uscire dagli schemi, s’imbarazza con poco, si stupisce di tutto ciò che è anche solo vagamente esotico. Chiude un occhio sul Centro
Droga al Valentino e su tutte le sue filiali in giro per la città. Torino è anche la città dove ho imparato a nascondere la mia kippà, il copricapo degli ebrei ortodossi, un pomeriggio in Porta Palazzo, quando un gruppo di uomini mi ha indicato gridando parole la cui lingua forse non compresi ma il cui significato non avrebbe potuto essere più chiaro: vattene. Dopo quell’episodio, la kippà rimase nascosta sotto un cappellino da baseball.

Un giorno di fine primavera io e mia sorella salimmo sul Monte dei Cappuccini. Quando arrivammo in cima e inalammo la vista dei palazzi, del Po, delle colline e delle Alpi trionfanti di fronte a noi, mia sorella mi guardò negli occhi e mi disse che le piaceva, Torino. E io, in quel momento, per la prima volta da anni, mi tolsi gli occhiali e con essi ogni filtro e osservai la città in tutta la confusione che solo un miope può comprendere: un acquerello verde rosso e blu, una gioiosa celebrazione di forme, colori e ricordi. E dissi, forse un po’ banalmente: “Anche a me piace. Tanto.”

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