Europa e Israele, due modi diversi di vivere il terrore

Uno studente italiano scrive da Tel Aviv, raccontando cosa significa vivere sotto la costante minaccia di un terrorismo che l’Europa comincia a conoscere solo ora.

La caporedattrice mi fa accomodare nel suo ufficio e mi porge un foglio su cui sono scritti i nomi delle persone che devo intervistare la settimana seguente. Leggo velocemente i nomi delle città dove sono locati gli uffici delle persone da intervistare: Haifa, Be’er Sheba, Gerusalemme…

«Devo… devo andare a Gerusalemme?» chiedo.

«Certo» mi risponde lei.

Sono stati giorni intensi. Ogni tre ore arriva una notifica sull’iPhone che comunica l’avvenimento di un nuovo attentato terroristico. Si tratta perlopiù di accoltellamenti, perpetrati da palestinesi ed arabi israeliani, sia uomini che donne, di tutte le età. Ogni attacco è una missione suicida: nel giro di pochi minuti il terrorista viene neutralizzato da una forza di sicurezza presente sul posto; non dopo aver seminato il panico e aver ferito, se non addirittura assassinato, diverse vittime.

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